Roma, I secolo a.C. Mentre l’Impero consolida il suo dominio sul Mediterraneo, due destini si intrecciano sulle rotte del Mare Nostrum: Lisandro, giovane greco di origini umili, ingiustamente condannato ai remi di una bireme romana, e Marco, figlio di un senatore, orfano e in cerca di riscatto dopo la distruzione della propria famiglia.
Lisandro, spinto dalla sete di giustizia e dalla voglia di libertà, si trasforma da schiavo a pirata, diventando il simbolo della ribellione contro il potere di Roma. Marco, cresciuto sotto la guida del veterano Terenzio, attraversa un percorso di formazione tra addestramento militare, battaglie e scelte morali, fino a diventare adulto in un mondo segnato da violenza, tradimenti e ideali.
Il romanzo, frutto di una profonda passione per la storia romana e la marineria, unisce rigore storico e avventura, ricostruendo con realismo la vita a bordo delle navi, le strategie militari e le tensioni sociali dell’epoca. La narrazione alterna scene d’azione, introspezione psicologica e affreschi corali, offrendo al lettore un viaggio immersivo tra Africa, Italia e le isole del Mediterraneo.
7. LA LIBERTÀ
“Molla gli ormeggi a prua e a poppa e vira sulle ancore.” Ordinò il pilota.
Le cime furono mollate mentre altri marinai iniziavano a recuperare le gomene delle ancore di prua e di poppa così da scostare la liburna dalla banchina. Quando la liburna fu a una certa distanza dal molo una piccola imbarcazione a remi la rimorchiò attraverso il canale nella baia. Giunti in acque profonde i marinai issarono la grande vela maestra. Libera dal cavo di rimorchio, la Libertas si diresse leggera verso il mare aperto.
Era una calda mattina primaverile, la brezza di terra permetteva alla nave di mantenere una discreta velocità tanto che il pilota non ritenne necessario ricorrere all’uso dei remi.
Lisandro e i suoi uomini erano, come sempre, seduti ai loro posti. Ognuno si era armato alla meno peggio; chi con un martello, chi un lungo chiodo di ferro o altro oggetto contundente nascosto tra le gambe. Tutti erano pronti all’azione e aspettavano un cenno dal loro capo che sembrava godersi di gusto la crociera, senza curarsi delle occhiate interrogative che gli lanciavano i suoi uomini.
Procedettero così per buona parte della giornata, poi verso mezzogiorno il capitano diede l’ordine di invertire la rotta e di procedere a remi. La liburna iniziò la lenta virata ma senza la forza propulsiva dei remi perse abbrivo rimanendo a galleggiare immobile sull’acqua.
Per alcuni attimi si udì solo lo sciabordio delle onde contro la fiancata, poi, si alzò irata la voce del pilota:
“Cosa credete di fare? Forza sui remi! È finita la vacanza, brutti scansafatiche.”
Le guardie che sonnecchiavano in coperta si ridestarono subito impugnando i loro lunghi bastoni.
Scesero la piccola scaletta di prora che portava al corridoio centrale sui cui lati c’erano i banchi dei rematori. Iniziarono a colpire a destra e a sinistra ma quando il capofila raggiunse il centro nave gli uomini di Lisandro attaccarono. Il combattimento durò pochi attimi. Mentre nel corridoio si lottava aspramente, Lisandro salì la scaletta di poppa arrivando a faccia a faccia con Plauzio, il pilota e i timonieri.
“Cosa credete di fare? Vi farò crocifiggere tutti.” Urlò il pilota prima di ricevere un colpo mortale in pieno viso.
Plauzio si gettò contro Lisandro che riuscì a tenerlo a distanza per poi colpirlo a una spalla con il martello che aveva rubato. Il capo mastro cadde in ginocchio con il viso stravolto dal dolore dando il tempo al giovane di prendere la mira e di spaccargli il cranio. Ossa e materia cerebrale schizzarono sui due timonieri che lasciarono le barre dei timoni per inginocchiarsi e chiedere pietà. Anche loro fecero la fine dei loro compagni, finendo a mare.
Dopo il trambusto della lotta e le urla di dolore dei feriti tornò il silenzio a bordo della liburna. Gli uomini tornarono a udire il cigolio delle assi di legno e lo sciabordio delle onde contro lo scafo.
“Siamo noi i padroni!” urlò Lisandro levando in alto il braccio armato.
Tutti gli altri si unirono con alte grida di giubilo.
“Alla vela, forza! Dobbiamo riprendere la navigazione” ordinò il giovane da dietro le barre dei timoni.
“Qualcuno vada in cima all’albero per vedere se ci sono navi all’orizzonte.”
Uno dei suoi compagni più agile salì veloce sulle sartie per raggiungere la coffa.
“Nessuna vela in vista.”
Lisandro poté tirare un respiro di sollievo.
“Possibile che non ci sia niente da bere su questa bagnarola!” imprecò Ignazio salendo le scalette di poppa.
“Ho rovistato dappertutto ma niente vino, solo acqua e un po’ di olio di oliva. Tante gallette e carne secca.”
“Cosa ti aspettavi? Pensavi forse di fare un bel banchetto?” lo derise Lisandro.
“Almeno un goccio di vino, di quello buono.” Si lamentò Ignazio.
“Vedrai, tra qualche mese sarai stanco di bere vino.” Promise Lisandro sorridendo.
“Perché, invece, non vi mettete a pescare. Per ora non c’è niente da fare.” Propose il giovane.
Il pomeriggio fu impiegato così, il mare era pescoso e in poco tempo sulla piattaforma di prora si agitarono le forme lucenti dei pesci appena pescati.
Intanto Lisandro scrutava l’orizzonte e il cielo. A sinistra poteva vedere il profilo della costa. Tra non molto sperava di poter avvistare Strongyle . Una volta avvistato l’isolotto avrebbe puntato sulla costa Settentrionale della Sicilia per passare la notte a terra.
Purtroppo, aveva fatto male i calcoli. Al calare del sole non avevano ancora avvistato il pennacchio di fumo del vulcano e a sinistra non si vedeva più la costa.
“Beh, Comandante, che facciamo?” lo schernì Ignazio.
“Dirigiamo verso la terra ferma. Dovremmo essere all’altezza del Bruzium , poco a nord della città di Hypponium ”
“Vorresti prendere terra vicino a un centro abitato? Ti rendi conto che rischiamo di farci avvistare? La nostra presenza su una spiaggia sembrerà oltremodo sospetta e non impiegheranno molto a fare due più due, collegando la nostra fuga con la comparsa di una liburna a sud.”
“Allora dirigeremo a sud. Prima o poi dovremmo avvistare la Sicilia. Le coste dell’isola sono molto meno popolate del Bruzio. Atterrando lì correremo meno rischi di essere avvistati.” Disse Lisandro a cui la discussione non stava andando affatto a genio. Ignazio criticava ogni sua decisione e ogni volta che discutevano gli uomini facevano circolo attorno a loro per seguire l’esito del diverbio. Lisandro era sicuro che, se fossero arrivati allo scontro fisico, l’equipaggio si sarebbe schierato con il vincitore, indipendentemente da chi avesse prevalso. Il giovane non voleva arrivare alle vie di fatto ma quelle continue critiche stavano minando il suo ascendente sugli uomini. Doveva porvi rimedio immediatamente.
“Credi di essere più intelligente e furbo di me, Ignazio? Bene, prendi tu il comando della nave. Da questo momento deciderai tu qual è la rotta da seguire. Accomodati pure.” Detto ciò, lasciò le barre dei timoni che andarono a colpire il fasciame della poppa.
Senza guida, la liburna venne con la prua al vento, la vela iniziò a fileggiare. Perdendo abbrivo, lo scafo si mise parallelo alle onde. Il rollio iniziò ad aumentare visibilmente, tanto che gli uomini dovettero aggrapparsi a ogni appiglio per non finire in mare.
Ignazio, intanto, aveva afferrato i timoni cercando di riportare la prua in rotta ma senza velocità i grandi remi di governo non avevano effetto, la nave scarrocciava sottovento, ondeggiando pericolosamente.
“Non riesco a farla virare! – urlò Ignazio aggrappato al fusto del timone – aiutatemi a riportarla in rotta!”
Nessuno riuscì ad avvicinarsi a causa del movimento sempre più ampio dello scafo.
Lisandro rimaneva impassibile tenendosi all’impavesata di poppa.
“Lisandro! Fai qual cosa prima che ci rovesciamo” gridò Proculo.
Già la nave iniziava a imbarcare acqua sui fianchi. In poco tempo l’aumento di peso dovuto all’acqua imbarcata avrebbe ampliato il movimento di rollio portando la nave a capovolgersi.
Lisandro si diresse a centro nave per tesare la scotta di sinistra della vela.
“Aiutatemi!” urlò.
Regolata la vela, la nave riacquistò velocità rispondendo di nuovo ai timoni.
Lisandro si diresse verso poppa strappando le barra dalle mani di Ignazio.
“Se non riesci a governare la nave come pensi di poterci comandare?”, poi rivolgendosi all’equipaggio disse ad alta voce:
“Se c’è qualcuno che vuole provarci si faccia avanti ora.” Lisandro fissò i visi terrei degli uomini. Tutti i presenti abbassarono lo sguardo.
“Bene! Non accetterò altre sfide alla mia autorità. Mettetevi bene in testa che sono l’unico a bordo capace di portarvi in salvo. Se siete liberi, lo dovete solamente a me, non scordatelo. Un’altra cosa; l’unico stimolo che mi tiene in vita è il desiderio di vendetta. La morte mi è del tutto indifferente.”